Camera con vista: Gestazione per altr*

L’idea di aprire questo spazio virtuale è nata dall’ esigenza di condividere con un pubblico più vasto spunti e riflessioni nate nel gruppo quando la sua denominazione era Le Voltapagina, composto da donne diverse per età, esperienze, opinioni, che convivono felicemente. Perché questo titolo? Una camera con vista è un luogo accogliente, dal quale è possibile vedere il “paesaggio” da diverse angolature pur restando insieme, comodamente. La scelta di firmare questi frammenti vuole esprimere la peculiarità del gruppo, “un coro di soliste”, che ha fatto degli incontri settimanali occasione di intelligenza, forza, piacere. Li riproponiamo in questo blog del collettivo RivoltaPagina per riprendere i fili di una riflessione non interrotta all’interno del nostro cerchio su maternità, scelta, corpi e sessualità. 

Maternità surrogata – Se una donna decidesse

18 gennaio 2016

di Elena Brancati

Se una donna decidesse di crescere nel proprio grembo un figlio/a per un’altra donna – mi domando – cosa le accadrebbe durante quei nove mesi? Si sentirebbe lei stessa “madre”? Se fosse come scrive Sara, sarebbe cosciente di essere una delle due madri di quel bambino; non “l’altra”, bensì una delle due. Ma per arrivare a questa auspicabile conclusione, sarebbe necessaria una grande rielaborazione del concetto di maternità, di una società in cui prendersi cura dei più deboli fosse una pratica acquisita e consolidata. O una pratica che somiglia, con le dovute differenze o forse con qualche forzatura,  a quella di alcune società del passato dove le madri erano coadiuvate, nella crescita dei figli, dalle nonne, zie, vicine di casa e che i bambini, da adulti, descrivono come “un’altra mamma”.

Ma ancora il cammino mi sembra abbastanza in salita e arduo.

Io non mi sentirei nè di essere una madre “surrogata”, nè di chiedere ad un’altra donna di partorire per me un figlio. E quando non riuscivo a restare incinta, dopo la prima visita per iniziare un cammino di gravidanza assistita, sia io che mio marito, non abbiamo esitato ad intraprendere la lunga trafila dell’adozione, nazionale e internazionale. Non è stato anche questo un percorso facile perchè mentre non vedevo l’ora che ci chiamassero per dirci “c’è, ci sono, bambini disponibili all’adozione”, mi sentivo in colpa perchè era come desiderare che ci fossero bambini in stato di abbandono (retaggio cattolico?). Forse volevo che da qualche parte sulla Terra una donna avesse partorito dei figli per me?

Ho provato e ancora provo un grande rispetto e affetto per la madre naturale dei miei figli che non ho conosciuto nè mai potrò conoscere. Mi chiedo sempre cosa  avrà provato nel vedersi togliere i propri figli perchè in stato di abbandono e quale sarà stato il suo dolore nel momento in cui, dopo averli ripresi per un paio di mesi, li  ha accompagnati nuovamente in orfanatrofio dichiarando apertamente di non farcela a crescerli. E temo che una madre “surrogata”  proverebbe lo stesso sentimento.

Maternità surrogata?

17 gennaio 2016/

di Rita Palidda

Tra le tante cose che ho letto sulla questione dell’”utero in affitto” mi hanno suscitato particolari perplessità due giustificazioni opposte. Una sostiene che la vendita di un figlio fatto per conto di altri in fondo non sarebbe così diversa dallo sfruttamento lavorativo, anzi sarebbe una forma di autoimprenditorialità, meno penosa dello sfruttamento quotidiano che caratterizza oggi molte attività lavorative. L’altra tesi giustifica questa scelta come frutto di una relazione di reciprocità: io donna fertile, che mi faccia pagare o no, vengo incontro al desiderio di una coppia sterile, faccio un gesto di solidarietà sociale.

Per quanto riguarda la prima giustificazione (vendita del proprio lavoro uguale vendita del figlio partorito per altri) mi sembra che operi un grande travisamento teorico e politico. Occorre distinguere tra lo sfruttamento capitalistico del lavoro che implica la vendita/espropriazione del frutto del proprio lavoro e il dominio personale che implica un potere sulla persona (sul suo corpo, sulle sue emozioni e pensieri).  Si tratta sempre di relazioni di potere, di alienazione ma, nel primo caso, io alieno il mio lavoro, non il mio corpo. L’inviolabilità del corpo è il principio fondante della modernità. Io ci vedo lo stesso rapporto che corre tra lo sfruttamento del lavoro domestico imposto per obbligo gratuito alle donne e la violenza. Nel primo caso potrebbe configurarsi una violazione del diritto di proprietà, che è pur sempre un diritto civile, ma all’interno di una relazione di reciprocità, qual è quella familiare, anche se profondamente asimmetrica. La violenza è fuori dai diritti universali che sono alla base delle società democratiche moderne. Certo tra l’appropriazione/disconoscimento del lavoro di cura e la pretesa di controllare anche con la violenza il corpo delle donne c’è un rapporto, ma non sono affatto la stessa cosa. Così come è ben vero che lo sfruttamento modifica anche il tuo corpo, i tuoi sentimenti, la tua vita, ma non ha la stessa valenza materiale e simbolica di una appropriazione, sia pur temporanea, del corpo di una donna per impiantarci, in modo asettico e distante, i propri ovociti, disconoscendo quello che la maternità rappresenta, biologicamente e storicamente, per le donne.

E ancora, possiamo considerare un atto di autodeterminazione la maternità surrogata? Mi pongo un problema che non riguarda solo questa questione: l’autodeterminazione può essere risolta solo sul piano individuale? Possiamo  dire che una donna che accetta la violenza si autodetermina? che le prostitute sono in rapporto di libero mercato? che il burka o la poligamia sono liberamente scelte dalle donne musulmane? Io penso che debba esistere una dimensione consensuale su che cosa noi, donne di una determinata epoca storica, intendiamo per autodeterminazione. A me oggi l’autodeterminazione sembra indissolubilmente legata a un concetto di libertà che non coincide affatto con la libertà di mercato, come di fatto si configura la vendita del proprio corpo.  L’adozione di una logica discorsiva e consensuale, qual è quella del partire da sé all’interno di un confronto collettivo, ci dà la possibilità di una ridefinizione dei contenuti e delle relazioni che tali libertà implicano, ma al momento non vedo come possano implicare una legittimazione della maternità surrogata.

Anche sul fatto che la maternità surrogata possa essere legittimata all’interno di un rapporto esclusivamente solidaristico ho dei dubbi. Io posso dare il rene, il midollo, per salvare la vita a qualcuno. Posso donare i miei ovuli a una donna che non può contare sui suoi, ma non credo proprio che la solidarietà e l’affetto per qualcuno possano arrivare a giustificare il farsi contenitore per bambini che non sono desiderati solo in quanto tali, ma in quanto sono portatori dei geni di chi li vuole. Trovo poi aberrante farlo per una coppia gay. Gli uomini non possono avere figli se non per il tramite di una relazione con una donna. Questo privilegio è stato fatto pagare storicamente alle donne a caro prezzo, privandole di risorse e potere su di sé e sul mondo. Perché mai si dovrebbe legittimare che le donne si facciano contenitore per soddisfare il desiderio di “maternità” dei gay? Si possono immaginare e praticare piuttosto modalità di condivisione della cura e della gioia della relazione con i bambini, a prescindere dal sesso e dall’orientamento sessuale, superando la dimensione asfissiante e possessiva che non di rado assume la relazione individuale ed esclusiva tra madri/padri biologici e figli. Così come è ovvio che l’adozione venga accordata a tutti quelli che possono dimostrare di essere in grado di dare cure e amore a un bambino o che si permetta a una donna lesbica l’inseminazione per un figlio che porterà nel suo grembo. Sono del tutto favorevole anche alla possibilità a perseguire tutte le pratiche che permettono a una donna o a una coppia di fare un figlio. Siamo figlie/figli di una società che accetta sempre meno il limite, che vuole governare a tutti i costi il rischio. Forse dovremmo riflettere sul fatto che il limite, l’imprevisto, il rischio esistono comunque e che, oltre a pensare di superarli, dobbiamo imparare a fronteggiarli, a farne occasione di riflessione e di arricchimento…. e Sara ce lo ha dimostrato.

Infine, anche sulla regolamentazione a tutela delle madri surrogate ho delle perplessità. Cosa si può regolamentare? Non certo le tariffe, poiché se si è contrari, come me, è un non senso. Nè ha senso proibire la maternità surrogata poiché, se la donna si tiene il bambino, il caso rientra nella PMA e la madre ha diritto a chiedere il contributo economico del genitore biologico, se questi consapevolmente e volontariamente ha fornito il suo seme. Il problema cruciale è proprio  difendere il diritto delle donne a tenersi il bambino che hanno partorito, se vogliono, mentre non ha senso il contrario, vale a dire, imporre ai “committenti” di prendersi i figli anche se nel frattempo ci hanno ripensato. Le leggi per questi casi ci sono già: i figli sono di chi li ha partoriti (come è avvenuto nel caso dello scambio avvenuto a Roma) oppure se non li vuole più nessuno possono dati in adozione, visto che ci sono così pochi bambini adottabili.

E poi, posso finire con una considerazione un pò terra terra: i figli sono una grande esperienza umana e affettiva, danno la possibilità di rivivere l’infanzia e la giovinezza, sono il futuro, sono l’aspirazione all’immortalità, ma sono anche una grande espropriazione di tempo, di risorse, di energie con cui si potrebbero fare tante altre cose per sé e per gli altri e avere tante altre relazioni…. Forse è questa la ragione profonda perché fare figli diventa sempre più una scelta anziché una necessità.

Maternità surrogata – Non posso dire di avere un’opinione

14 gennaio 2016

di Antonia Cosentino
“Non posso dire di avere un’opinione dai confini chiari e inequivocabili in merito alla gestazione per altre e altri. Ho piuttosto dubbi e domande, che non fanno che mutare forma mentre il dibattito si costruisce, in rete e nel nostro cerchio. Immaginando un mondo come quello ideato da Charlotte Perkins Gilman in “Terradilei”, in cui maternità e genitorialità, che in quel caso coincidono, non sono una relazione privata e proprietaria, ma si costruiscono in una dimensione collettiva, in un vivere insieme in cui la cura delle più piccole è responsabilità collettiva delle più grandi, aldilà del diverso corredo genetico, non avrei dubbi a dirmi favorevole alla gestione per altre ed altri. In questo mondo immaginato, però, è esclusa ogni possibilità di sfruttamento, di ricatto economico, di colonizzazione del corpo delle donne.

Un mondo anni luce distante dal nostro, che è quello rispetto a cui mi trovo ad esprimere la mia opinione. La mia, quella che passa attraverso il mio corpo, che se mi metto ad ascoltare, scopro vigliaccamente avere due facce. Se proietto, infatti, su di me l’ipotesi di non potere avere figli e di non essere nella condizione di poterli adottare, non posso non dirmi che considererei anche questa ipotesi.

Probabilmente andrei anche a cercarla nei Paesi in cui questa pratica è già legale. Quindi dovrei dirmi favorevole. Se però cambio il punto di vista inquadrando il mio di corpo come casa per una gravidanza altrui, mi rendo conto che forse potrei dirmi capace di farlo solo per una delle mie sorelle, la mia relazione più forte e intensa per cui mi direi disposta a fare di tutto. Questo “di tutto” includerebbe anche la gestione per loro? D’istinto e seguendo l’amore che ho per le mie sorelle direi subito sì, ma quanto questo metterebbe in crisi il nostro rapporto? Se, quindi, sono in teoria favorevole alla donazione di una gravidanza per altre in presenza di una relazione affettiva forte, è anche vero che ne riconosco tutte le trappole potenziali. E quindi, in ascolto della mia razionalità, forse tendo a dire che no, non potrei.

 Quante contraddizioni già solo nel mio di corpo. E che dire delle altre? Non posso e non voglio esprimermi rispetto ai loro desideri e scelte, vorrei quindi certamente che la gestazione per altre e altri non fosse vietata. Ma come normare una scelta che pertiene ad un terreno così sensibile come il corpo? Come scrivere leggi che includano tutti i desideri senza ostacolarne nessuno? Come tenere insieme la protezione del desiderio dei genitori e tutti i diritti della mamma-casa? Come arginare il rischio di sfruttamento, in un mondo che della mercificazione dei corpi a più livelli ha fatto prassi? Mi perdo, lo ammetto. Le mie contraddizioni si scontrano e mi lasciano muta. Forse per questo avevo scelto il silenzio fino ad oggi.”

Maternità surrogata – “Utero in affitto”?

22 dicembre 2015

di Emma Baeri Parisi
“Utero in affitto”? Come un garage, un contenitore utile di auto, scatoloni e affini? Questa espressione non mi piace. “Gravidanza surrogata”? Conservo il sostantivo, butto l’aggettivo: per una come me,  nata nel 1942, i surrogati erano del caffé, del cioccolato, del burro, soluzioni postbelliche, falsi d’epoca. Ma la parola “gravidanza” merita una sosta. Superato il destino naturale, non più coniglie per esclusiva vocazione, resta – e che resto! – l’autodeterminazione della maternità, conquista femminista, un’esperienza attorno alla quale ragiono da decenni. Esperienza originaria della prima relazione tra due diversi, gravida di sentimenti contrastanti, comunque vitali – stupore, disagio, conflitto, empatia, prefigurazione, paura, accoglienza, gioia, dolore – apprendistato di cittadinanza l’ho chiamata, dividualità, cultura contagiosa. Non posso né affittarla né surrogarla, posso condividerla e donarla, gesti che nessuna legge può normare: ho bisogno di disegnare questo orizzonte civile. Camminare al confine tra natura e artificio è il rischio calcolato di questa esperienza, evitando di scivolare nel biologismo o nella ipertecnologizzazione, con consapevolezza e responsabilità.  Per questo, proprio partendo da me, penso che né il liberismo né il proibizionismo possano regolare questo spazio, ma che l’indiscutibile autodeterminazione non galleggia nel vuoto, nasce piuttosto da un’alleanza storica tra libertà e giustizia. Come scrisse Olympe de Gouges nel 1791, “ La libertà e la giustizia consistono nel rendere tutto ciò che appartiene ad altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha per solo limite la tirannia perpetua dell’uomo…” (art.4 della
Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina). Duecento anni dopo io, che sono femminista, trascrivo questo “limite” nella  “tirannia perpetua” del patriarcato, e sento  la sempre viva puzza di invidia dell’utero. Poi, sarà quel che sarà.

Maternità surrogata – Utero in affitto sì, utero in affitto no?

21 dicembre 2015

di Sara Catania Fichera
Personalmente sento che è giusto procedere attraverso domande, le possibili risposte sono parziali, né assolute o valide per tutte le altre nate come me portatrici di utero, e quindi potenzialmente madri. Ciascuna infatti ha la sua storia, il suo sentire, e farà le sue scelte in merito; certamente, sia i desideri che le scelte sono spesso indotte ma per dipanare la matassa di un desiderio spesso non basta una vita intera, e nel frattempo è giusto vivere. Inoltre, per migliorare i rapporti tra le persone, e quindi in parte il mondo, penso sia sano percorrere la strada dell’accoglienza e dell’ascolto di ciò che è altro da me e che per la mia esperienza posso non comprendere. Così, considerata la sensazione di rabbia che ho provato leggendo l’appello di “snoq libere”, la mia prima domanda è stata:

 1. Cosa mi ha infastidito di tutta questa vicenda? Vicenda che, secondo i canoni più patriarcali possibile, sulla piazza di FB, si è spesso trasformata in una contrapposizione tra chi è favorevole a questa pratica e chi invece non lo è. Ebbene, mi hanno profondamente infastidita i metodi da crociata, da guerra santa e da esercito della salvezza, messi in atto prima da alcune femministe della differenza e pochi giorni dopo da alcune femministe di snoq. Inoltre, considerato che in Italia l’utero in affitto è una pratica vietata, mi ha fortemente infastidita la scelta dei tempi nei quali fare uscire questa petizione, tempi quanto mai inopportuni dal mio punto di vista ma evidentemente strategici per altre; tempi che hanno permesso alle destre cattoliche misogine e omofobiche del nostro paese di strumentalizzare a proprio vantaggio questa petizione, facendo tra l’altro di tutta l’erba un fascio: “anche le femministe concordano con noi”, o frasi simili; d’altra parte, secondo me, i femminismi della differenza e di snoq sono quelli più comprensibili da una compagine etero patriarcale, perché speculari nell’Ordine e nei metodi, paternalisti, assertivi e autoritari. Inoltre, e per gli stessi motivi, sono le voci che hanno avuto, e hanno, più spazio nei luoghi di potere e sui giornali. Io non mi permetto di parlare a nome dell’Universo Donna (cos’è? dov’è? a ben guardare non esiste) e, così come desidero che si dia valore e ascolto al racconto della mia esperienza, voglio dare valore e ascolto al racconto dell’esperienza di altre, come le testimonianze di alcune “portatrici” canadesi e americane, già mamme di figlie e figli, e con ottimi estratti conto, che dopo il parto hanno continuato ad avere una relazione con la creatura e la sua nuova famiglia, e che affermano di farlo solo perché ci credono. Infine, mi è risultato insopportabile leggere tanti firmatari, oltre le firmatarie, sotto l’appello di “snoq libere”: “né Patriarchi né Matriarche!” è stata la mia prima esclamazione. Penso sicuramente che sia saggio legiferare in merito all’argomento ma non certo per proibirlo, il proibizionismo  ha sempre prodotto brutte cose, è necessario piuttosto regolare i diritti delle mamme-casa e delle creature e va eliminato lo sfruttamento dei corpi in tutte le sue forme, ma penso che per formulare una legge in merito alla gestazione per altre, altri, altr*, sia giusto elaborarla e scriverla in modo partecipato e non imporla dall’alto.

2. Potrei mettere a disposizione il mio utero per un desiderio altrui? rispondo di no senza alcun dubbio, perché, attraverso la mia esperienza, ho sentito il mio utero farsi cuccia, casa, modellarsi su di lei che si adattava a me, e mentre lei prendeva forma io lentamente ricostruivo la mia. Penso e sento il tempo e il luogo della gravidanza come un vero e proprio laboratorio, dove due corpi in relazione si creano a vicenda; questa magia può accadere solo dentro i corpi che posseggono un utero, e  il sistema etero patriarcale ha sempre invidiato questa fertile potenzialità, tanto da relegarla in una dimensione statica di “dolce attesa”. Anche sul “dolce” ho da ridire, la gravidanza non è uno stato di grazia, attraversa fasi alterne, contraddittorie, momenti felici e altri infelici, e questo anche se quella creatura si è desiderata con tutte sé stesse. Ebbene, per me tutto questo non può passare attraverso un contratto di vendita. Penso che una relazione si possa condividere con altri-e-* ma certamente per me non si può né vendere né donare. Per me no ma per altre sì.

3. Potrei invece ricorrere all’aiuto di un’altra donna se in Italia la gestazione per altri fosse legale? Probabilmente sì ma solo dopo aver intrecciato una relazione con la cosiddetta portatrice, che per me sarebbe comunque un’altra mamma di mia figlia. 

4. È giusto tenere conto del senso del limite? Certamente sì, ma il limite è di per sé possibilmente valicabile, e non è detto che oltre non si possa trovare qualcosa di buono.

Personalmente mi sono data un limite.

5. Quale è la differenza tra l’utero in affitto e le altre pratiche di pma, e tra utero in affitto e adozione? Se si diventa mamme nel corso della gravidanza, penso che esista una profonda differenza tra l’utero in affitto e tutte le altre pratiche di pma, compresa la doppia eterologa (embriodonazione-embriadozione). Chi dona i propri ovuli o il proprio seme certamente non desidera diventare genitore.  Inoltre, penso che i e le figlie non siano una proprietà, avere quindi come priorità la trasmissione del proprio codice genetico mi sembra un’ennesima trappola etero patriarcale: tutta l’oppressione della libera sessualità femminile si è giocata nei secoli a partire dal bisogno sociale di legittimità della prole, che, per la trasmissione del patrimonio, doveva avere lo stesso codice genetico del padre. Ebbene, se la mamma-casa porta in grembo un embrione che non appartiene geneticamente alla coppia chiamiamola “committente” (lo so, è orribile ma è lo stato delle cose), l’utero in affitto altro non è che una sorta di adozione su commissione. La maggior parte delle coppie eterosessuali che si rivolgono a questa pratica lo fa per problemi legati all’apparato riproduttivo femminile, e spesso usa l’ovulo di una donante (perché gli ovuli, una volta fecondati, hanno buone possibilità di attecchimento solo se arrivano da una donna che ha meno di 35 anni, quindi, nella norma, le mamme rinunciano alla trasmissione dei propri geni) ma lo sperma del compagno (perché nello sperma, anche se prodotto da un maschio avanti con l’età, tra milioni di spermatozoi, i biologi ne troveranno sempre almeno tre o quattro integri e vitali con i quali inseminare ovuli di ottima qualità forniti da una donante che sia il più giovane possibile. I padri sono contenti di poter “firmare” la loro futura creatura e le mamme, nella norma, acconsentono), nelle coppie di maschi omosessuali è ovvio che l’ovulo sarà di una donante ma ci sono due possibili papà genetici che possono mettere a disposizione il loro sperma. Quindi, penso che si ricorre all’utero in affitto per due motivi: 1. è troppo complicato accedere all’adozione; 2. si è convinti che un o una figlia siano tali solo se c’è trasmissione del proprio codice genetico. Continuo quindi a pensare che battersi per l’adozione ai e alle single sarebbe una strada giusta da intraprendere e percorrere, snellendone le procedure e soprattutto rendendola accessibile economicamente a tutte, tutti e tutt*, purtroppo nel nostro mondo anche l’adozione è un mercato fiorente, attorno al quale circolano grossissimi interessi economici più che etici.

6. E l’utero artificiale? Probabilmente rappresenta il nostro futuro, e se fosse già una realtà sicuramente vi avrei fatto ricorso, tuttavia mi fa anche paura perché mi fa immaginare scenari possibili di marginalizzazione, “svalorizzazione”, sfruttamento ed esercizio di potere sui corpi femminili, oltre che rinnovate dinamiche di cancellazione e omologazione dei corpi.

 

 

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